Federalismo Fiscale: intervista a Luigi Nieri, assessore al Bilancio della Regione Lazio

L'Assessore del PRC Luigi Nieri con il Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo

di Gemma Contin
Quali sono le “novità” nella nuova “bozza Calderoli” votata dal Consiglio dei Ministri?
Il testo Calderoli ha ricalcato largamente quello proposto nella precedente legislatura. Tuttavia, vi sono due punti di fondamentale differenza rispetto a quel testo: l’introduzione dirompente, non solo sul piano finanziario, dell’istruzione tra le funzioni fondamentali attribuite alle Regioni; e il saccheggio dell’Irpef attraverso riserve di aliquote. Il che significherebbe trattenere sui territori regionali quote significative di gettiti Irpef. Dunque maggiori risorse per le regioni ricche rispetto a quelle povere. Insomma, la Roma ladrona della Lega continuerebbe a chiedere le imposte, che però potranno essere spese anche allegramente dalle regioni, specie da quelle più ricche.

Lei su cosa è d’accordo?
Bisogna distinguere tra impianto formale e impianto sostanziale del federalismo fiscale. Non può che esserci accordo, come di fatto è stato, su un federalismo che nel suo impianto formale si presenta solidale, prevedendo l’istituzione di fondi che perequano le risorse tra le diverse regioni. Ma ad essere ancora del tutto incompresi sono gli effetti dell’impianto sostanziale del federalismo fiscale: in primis gli effetti finanziari, ancora oscuri, perché la discussione del testo è avvenuta al buio di tali effetti. Inoltre, è ancora ignoto il costo standard per le prestazioni fondamentali in sanità, istruzione, assistenza.

E cosa respinge invece della proposta leghista?
Intanto, è il caso di ricordarlo, non di proposta leghista si tratta. Quella era un’altra: disastrosa sul piano politico e finanziario, ma con l’onestà di rendere immediatamente leggibile la sua finalità dissolutoria dello Stato italiano. Quella attuale è invece ancora non misurabile nei suoi effetti complessivi, e sicuramente da respingere in almeno un punto: l’attribuzione alle Regioni dell’istruzione. Ciò comporterebbe un impegno politico, finanziario e amministrativo enorme. La devoluzione alle Regioni della spesa per l’istruzione non avrà alcun effetto sull’autonomia riconosciuta dalla Costituzione alle istituzioni scolastiche. Si apre però la possibilità di una diversa distribuzione nella fornitura del servizio tra scuole pubbliche e private. Magari riducendo i costi del personale nelle scuole pubbliche per destinare risorse alle scuole private. Un vero colpo di mannaia per la scuola già mortificata dalla riforma Gelmini.

In concreto che cosa comporta il federalismo fiscale?
Come già detto ci potrebbero essere effetti negativi sull’attuale assetto della scuola pubblica. Vi è poi, in generale, la questione del livello essenziale delle prestazioni fondamentali e della definizione dei costi standard: entrambe rimandate alla fase dei decreti attuativi. Al momento si tratta di concetti vuoti, sui quali si è costruita la mitologia dell’efficienza amministrativa che si attende dal federalismo fiscale.

Cosa potranno dare di più le Regioni con l’autonomia impositiva e cosa dovranno chiedere in termini di prelievo fiscale?
Non si avrà un effettivo spostamento nel prelievo dal livello centrale a quello locale, perché le prestazioni fondamentali rimarranno sostanzialmente a carico della finanza centrale. Il problema potrebbe semmai essere di sufficienza delle risorse per alcune regioni, dal momento che lo schema di legge prevede l’attribuzione a queste di significative quote dell’Irpef, che inevitabilmente saranno ampie per le regioni ricche e modeste per le regioni povere.

Come funziona il fondo solidale?
Il disegno di legge delega definisce un duplice principio di perequazione (ossia di solidarietà): le funzioni fondamentali dovranno essere finanziate integralmente sulla base di indefiniti livelli essenziali delle prestazioni in sanità, istruzione, assistenza, e dovranno essere valutate sulla base del costo standard. Mentre il finanziamento delle spese libere e residuali delle Regioni dovrà avvenire attraverso i tributi propri e il parziale ricorso alla perequazione. Il problema, ribadisco, è dunque quello della misurazione dei livelli essenziali delle prestazioni fondamentali e dei fantomatici costi standard.

Cosa significa passare dalla “spesa storica” a questi costi standard?
Sinora il finanziamento della sanità è avvenuto sulla base della spesa storica, ma con ridimensionamenti e vincoli che hanno avuto il massimo rilievo con l’attuazione dei piani di rientro dai deficit sanitari, con l’intento di ricondurre la spesa sanitaria al riequilibrio con le risorse disponibili. Il caso della Regione Lazio è da questo punto di vista emblematico: con il piano di rientro si è dovuto attuare un percorso di eliminazione del debito di dieci miliardi costruito dalla gestione affaristica del governo di destra (giunta Storace, ndr). Il federalismo fiscale introduce ora un nuovo principio: le prestazioni, in sanità come in istruzione e per l’assistenza, dovranno essere ancorate a un livello essenziale, cioè minimo ed omogeneo sul territorio nazionale, e il loro costo dovrà essere valutato in base a uno standard uniforme. Intorno al costo standard si è intanto costruito il mito della virtuosità dei comportamenti amministrativi. Ma nessun economista, e aggiungerei nessuna persona di buon senso, ha idea di cosa possano essere, salvo Calderoli, e salvo alcune regioni settentrionali che invece ritengono il costo standard pari alla loro spesa procapite, ad esempio in sanità. E dal momento che la loro è più bassa, sarebbe anche la più efficiente. Ma è falso: perché la minore spesa non è detto che sia sinonimo di efficienza e qualità del servizio. E poi il costo della sanità, come dell’istruzione, dovrà tenere conto di fattori specifici relativi alle diverse dotazioni infrastrutturali in sanità e istruzione esistenti nelle diverse regioni italiane: perché ospedali e scuole in difficoltà, specie al Sud, implicano costi maggiori e conseguenti inefficienze.

Che pensa dell’ultimo emendamento su Roma Capitale?
Conferma che ci troviamo di fronte a un federalismo più politico che fiscale. Con il federalismo si accontenta la Lega, si trovano i bonus per Roma e Catania e si accontenta ulteriormente An con il provvedimento su Roma Capitale. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Avere introdotto questa modifica al ddl sul federalismo fiscale dopo l’accordo con le Regioni e gli Enti locali è uno sgarbo istituzionale senza precedenti. A colpi di accetta stanno smontando pezzo dopo pezzo l’assetto democratico e istituzionale del Paese.

Liberazione del 04/10/2008

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