Kosovo un anno fa l'indipendenza: «Un Paese lacerato dall'odio etnico»

Intervista a Ennio Remondino ad un anno dalla separazione di Pristina dalla SerbiaIl primo compleanno della scommessa Kosovo. Ennio, cosa succede oggi a Pristina?

I festeggiamenti scontati ed ufficiali della parte albanese per l’indipendenza dalla Serbia, mentre, qualche decina di chilometri a nord, a Kosovska Mitrovica, la minoranza serba rimasta continua definire quanto accaduto una secessione inaccettabile. In una sarabanda fatta di caroselli d’auto da vittoria ai mondiali, i giovani albanesi strombazzano per le strade e sventolano bandiere ovunque. Un dettaglio interessante. Quella ufficiale, blu europeo, imposta dalle convenienze diplomatiche della “non etnicità” di questo secondo stato albanese nei Balcani è limitata ai palazzi ufficiali. Ovunque invece il rosso con l’aquila albanese dell’identità etnica assieme a tante bandiere americane, omaggio a chi, sopra di tutti, questo Kosovo ha voluto. Scommessa, dicevi tu: scommessa in salita per Stati Uniti e parte dell’Unione europea, Italia compresa, che hanno voluto riconoscere questa imprecisata realtà. Più di due terzi dei paesi della comunità delle Nazioni Unite ancora attribuiscono questi territori alla Serbia. Intanto, un anno dopo la parola magica “Indipendenza” le speranze si confrontano coi problemi di sempre. Un territorio frantumato tra etnie contrapposte. Disoccupazione a più del 40 per cento, corruzione, criminalità e il sogno di un anno fa che lascia spazio alla disillusione.

Una crisi sociale così grave?

Esempi concreti. I pochi che un lavoro l’hanno, arrivano a guadagnare duecento euro il mese. In Kosovo, diventato nel frattempo una sorta di “paese dei balocchi”, la presenza internazionale ha fatto diventare europei soltanto i prezzi in Euro. Più del 40 per cento di disoccupazione, dicono le statistiche ufficiali contabilizzando come posti di lavoro perpetui l’esercito di collaboratori locali di cui si servono le decide di organizzazioni e sigle internazionali. Alternativa per sopravvivere, o il secondo lavoro in nero o partecipare alla illegalità diffusa, che è la sola economia che tira. Secondo la Banca mondiale, 37 kosovari su 100 vivono sotto la soglia della povertà, con 15 di loro che persino la cinica burocrazia definisce in condizioni di “povertà estrema”.

Corruzione e criminalità, dunque?

Anche in questo caso, facciamo parlare in numeri e le fonti ufficiali. “Per tasso di corruzione il Kosovo è quarto al mondo, preceduto solo da Cambogia, Camerun e Albania”. Lo sostiene il Programma anti-corruzione Transparency. Hasan Preteni, direttore dell’Agenzia kosovara per la lotta alla corruzione, aggiunge che la corruzione coinvolge “dal livello più basso dell’amministrazione pubblica fino alle posizioni più alte in seno al governo”. Gran risultato dopo 10 anni di “protettorato internazionale” e 2,3 miliardi di euro di aiuti dal ’99 ad oggi.
Sempre Trasparency, per il 2008, oltre all’umiliante 55 esimo posto occupato dall’Italia assieme alle Seichelles, ci racconta della corruzione come autentica emergenza balcanica. La Croazia, che corre per la prossima ammissione all’Ue, è a 62. Romania e Bulgaria, sono la coda UE a 70, mentre la concorrenza slava in terra kosovara, Serbia e Montenegro, viaggiano su un pessimo 85, anche loro verso la coda classifica. Per quanto riguarda la criminalità organizzata, secondo le forze di polizia internazionali, questa terra contesa, questa sorta di “Isola della Tortuga” è crocevia di ogni traffico possibile, dalla droga agli esseri umani, al traffico di organi per i trapianti.

Tutto questo accade sotto gli occhi di migliaia di militari, di poliziotti e di carabinieri arrivati in Kosovo da mezzo mondo?

Vi voglio raccontare ciò che ho visto due giorni fa nel Kosovo serbo di Mitrovica nord. Sono salito sulle montagne sino al “Gate 1”, nel linguaggio militare Nato, il confine nord con la Serbia. La statale che collega Pristina con Belgrado lungo la “Ibarska magistrala”. Il posto di controllo Onu è andato in fumo lo scorso anno, quando i serbi di Mitrovica hanno deciso di spiegare alla comunità internazionale che quella, da una parte e dall’altra, era semplicemente Serbia. Oggi una tettoia improvvisata e qualche container di appoggio testimoniano della nuova autorità Eulex. Due poliziotti kosovari ad esercitare l’autorità formale del nuovo Stato. Su e giù tra Pristina e Belgrado auto, pullman, camion carichi di non si sa che cosa. A controllare i due che non controllavano, almeno dieci “internazionali”. Una camionetta spagnola della Nato con soldati armati e congelati. Poi la “polizia” Eulex: cinque o sei simpatici gendarmi francesi, una bella poliziotta belga, un nerboruto sbirro sloveno. L’impressione è che la sola cosa multietnica che funziona da queste parti sia l’internazionale del contrabbando.

Stai sparando sulla nuova missione dell’Unione europea Eulex?

No, sto semplicemente raccontando delle contraddizioni di mandato delle diverse missioni internazionali. Tutto nasce dal drammatico errore di partenza. I bombardamenti Nato spianano la Serbia di Milosevic senza alcun mandato Onu. Il Consiglio di sicurezza decida una faticosa risoluzione, la 1244, a mettere una pezza al buco già fatto. La premessa della risoluzione afferma che il Kosovo è provincia serba. Le spinte internazionali e degli Stati Uniti in particolare, dieci anni dopo, dimenticano la premessa e decidono e impongono al mondo un secondo stato albanese nei Balcani. Tutti a fare riferimento alla 1244, tutti a interpretarsela secondo convenienza. L’Unione europea, nella sua grande maggioranza si accoda agli Stati Uniti, ma, per non fare troppo apertamente la figura del maggiordomo, decide di inviare una sua missione. Eulex appunto. Eulex che doveva subentrare alle Nazioni unite. I conti senza l’oste. La Serbia, tornata nella comunità dei “buoni” attraverso il presidente filo occidentale Boris Tadic blocca qualsiasi nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Resta la 1244, resta l’Onu come solo garante autorizzato, ed Eulex diventa sul campo una semplice sub appaltatrice del mandato altrui. 2500 tra magistrati, poliziotti, doganieri e barbe finte di nazionalità varia ad insegnare ai colleghi locali come si dovrebbe amministrare giustizia, fare servizio di polizia, esercitare i controlli di dogana.

Ci stai descrivendo un gran pasticcio.

E’ un gran pasticcio, figlio di alcune decisioni sciagurate alla partenza, i bombardamenti per intenderci, e delle scelte strategiche dell’amministrazione Clinton e della subordinazione alla Nato dell’Unione europea. Il resto viene di conseguenza. La diplomazia internazionale costretta a fare l’acrobata e a quadrare un cerchio, le presenze internazionali paralizzate dalle contraddizioni e nate fragili per lottizzazione tra stati e staterelli che ne fanno parte.

L’Italia in tutto questo?

L’Italia come Stato, centro destra o centro sinistra che sia, sulla questione Kosovo ha camminato coperta ed allineata dietro le indicazioni di Washington. Gli italiani qui, diverse migliaia in divisa o in borghese, come sempre fanno più che decentemente la loro parte salvando la faccia allo Stato. Tra i pochi forse a cercare di tutelare la minoranza serba nei confronti di uno stato-non stato di matrice etnica.

di Simonetta Cossu, su Liberazione del 18/02/2009

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