Gabbie salariali e gabbie profittuali

operai1di Marco Sferini su Lanterne rosse.it del 13/08/2009

Gabbie, recinti, reclusioni. Di persone, di diritti e anche di salari. La proposta della Lega Nord di un ritorno al regime della differenziazione del salario tra Nord e Sud del Paese non è una semplice uscita estiva, una provocazione interna o meno alla maggioranza di governo. E’ la formulazione di una precisa richiesta che sottende le indicazioni dei padroncini del Nord Est, fratelli a volte separati di Confindustria (che infatti respinge la proposta leghista) e di un modello lavorativo legato ai territori piuttosto che alle economie che governano il mondo del lavoro in chiave globale e sull’onda dei mercati finanziari. Non c’è nulla di innovativo nelle “gabbie salariali”, c’è un ritorno al passato, ad una qualificazione del lavoro come variabile dipendente dalle condizioni sociali ed economiche del territorio in cui si vive. Per cui, se un operaio o un qualsiasi altro lavoratore si trova a Palermo avrà un salario inferiore rispetto al suo collega di Milano. E questo non per un differente livello produttivo, ma semplicemente perché il costo della vita è disomogeneo nelle macro aree d’Italia. Come sia fattibile che otto ore di lavoro siano remunerate con maggiore o minore salario a seconda della condizione economica in cui tocca vivere è non tanto un mistero, ma un assioma che poggia sulle intenzioni di un evidentissimo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici che va oltre addirittura la precarizzazione, la separazione dei livelli, la contrattazione singola e non più collettiva.

Tutte queste misure incoraggiate dal padronato, e sostenute dalle forze liberiste di una grande parte del Parlamento, fanno parte di un disegno organico di destrutturazione progressiva dei diritti del lavoro dipendente, attribuendo ai dislivelli economici la composizione del salario, facendo così risultare come ultimo anello della debolezza delle economie non i rischi delle imprese, e quindi gli investimenti dirigenziali, ma la vita dei lavoratori e delle lavoratrici.
La catena produttiva, alla fin della tenzone, inizia con il capitale e con la sua valorizzazione e termina con la minimizzazione del salario, con la sua irreggimentazione nelle categorie dipendenti dalle regole del modello produttivo capitalistico.

Per questo la proposta leghista è, come molte altre proposte politiche del movimento di Umberto Bossi, legata ad una ipocrisia che vorrebbe essere foriera di rispetto delle diversità di vita, e delle condizioni ad essa legate, mentre contribuisce alla separazione dei lavoratori in “nordisti” e “sudisti” facendo l’interesse di una parte di padronato che non conosce non tanto le regole morali di un rispetto dei tempi di lavoro e della relativa parità di salario (che anche nell’attuale struttura contrattuale è tutta da dimostrare…), ma neppure quelle che tentano di gestire il caos delle merci e del loro iter di produzione.
Se le “gabbie” avessero un senso, allora dovrebbero averlo anche rispetto al profitto e non solamente in riferimento al salario: laddove viene prodotta più ricchezza e quindi si aumentano i dividendi delle grandi aziende, lì deve essere messa una “gabbia profittuale” che imponga al padrone di contribuire al riequilibrio del divario tra Nord e Sud del Paese. Il livellamento del profitto maggiore con la cifra di quello minore potrebbe essere destinato all’aumento complessivo della percentuale di prodotto interno lordo che abbassa sensibilmente la media laddove il capitale non trova terreno fertile di espansione, dove neppure la compressione salariale serve da alibi rispetto alla incapacità di investimenti, alle speculazioni borsistiche.
In fondo, l’intensità della lotta operaia è sempre pari alla reazione padronale se esiste l’unità dei lavoratori, un sindacato non debole e accondiscendente e un partito comunista che ne supporti le ragioni e le sostenga come volano di progressismo sociale.
La Innse ci ha insegnato moltissimo da questo punto di vista. Anche a sconfiggere questo tentativo di ripristino della differenziazione salariale tra regioni di questo “bel Paese”…

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