Il giustizialismo non è di sinistra

di Marco Bascetta il Manifesto on line 28/12/09

In una lunga intervista, peraltro ricca di osservazioni preziose, pubblicata sul manifesto il 24 dicembre scorso, Marco Revelli esprime un’adesione per così dire incondizionata al tipo di opposizione che Antonio Di Pietro e il suo partito esercitano nei confronti di Berlusconi e della sua corte. Secondo Revelli, Di Pietro, il suo linguaggio diretto e popolare, sia pure sgrammaticato, il suo richiamo ossessivo alle verità giudiziarie, le sue arringhe contro il potere dei disonesti più che contro la disonestà del potere restituirebbero al dibattito pubblico un elemento di concretezza e di realtà. Infrangerebbero insomma quell’incantesimo nel quale il Partito democratico è irretito e che dunque lo condanna a una ondivaga subalternità al carisma berlusconiano e alla cultura che lo alimenta e lo circonda. Impedendogli di trarre qualsivoglia conclusione dagli stessi drammatici allarmi che ripetutamente lancia e precipitandoci in quella paradossale situazione nella quale si può trattare, il giorno dopo, sulle riforme con chi, il giorno prima, si è accusato di demolire il sistema democratico e la Costituzione.
Converrebbe, tuttavia, chiedersi se Di Pietro, la sua retorica giustizialista e la sua idea di lotta politica non facciano invece parte di quello stesso incantesimo.

Un incantesimo che, di fronte al deperimento della politica a comitati di affari e privilegi di casta, finisce con l’affidare ai codici e al sistema giudiziario il compito di salvaguardare la democrazia, disertando il terreno progettuale che alla politica stessa è proprio. Un sortilegio che riduce agli affari (giudiziari e non) del signor Silvio Berlusconi la trasformazione dei rapporti sociali in questo paese e la formidabile mobilitazione dell’egoismo sociale che la ha sostenuta. Un incantesimo, infine, che contrappone alla maligna, ma indubbia, innovazione berlusconiana un quadro statico di norme e una solida corporazione di custodi delle medesime.
La palude nella quale ci troviamo consiste alla fin fine in questa desolante quanto falsa alternativa: di Berlusconi possiamo liberarci mettendolo in galera oppure trattandoci. E di questo quadro l’Italia dei valori e il suo leader sono parti integranti, insieme a Enrico Letta e Pierluigi Bersani. Anche se non v’è dubbio che il successo del moralismo dipietrista sia alimentato da un Partito Democratico a tal punto compromissorio e subalterno alla cultura della destra, sia sul piano formale che su quello sostanziale, da concedere uno spazio spropositato al risentimento e a una soffocante concezione disciplinare della democrazia. Intesa, quest’ultima, più come un galateo tramandato, come legge e ordine, che come un processo conflittuale di approfondimento e di crescita.
Dall’altro lato il pungolo giustizialista, con il suo appeal popolare, spinge il Pd a una eroica resistenza sul fronte della giustizia sospingendolo a trattare con il centrodestra su leggi che danneggeranno milioni di persone (la riforma universitaria, gli ammortizzatori sociali) opponendosi però fieramente a quelle che ne favorirebbero una sola (ad personam).
Come Marco Revelli ho vissuto gli anni Settanta, quelli iniziati a Milano il 12 dicembre del 1969 e, per rovesciare una formula di rito, nutro la più piena sfiducia nell’operato della magistratura. Che le sentenze di Genova, e i trattamenti di favore riservati in numerose altre circostanze ai «servitori dello stato», per non parlare dell’accanimento contro Massimo Tartaglia (al quale i magistrati sono stati indegnamente invitati da Berlusconi stesso mentre gli elargiva il suo «perdono») non hanno fatto altro che confermare. Come poi ci si possa attestare acriticamente sul fronte della «legalità» in un paese infestato da ordinanze razziste e persecutorie, da leggi e normative sempre più restrittive e soffocanti, dall’ossessione della sicurezza, costi quel che costi, resta per me una impossibilità logica oltre che morale.
E’ su questo terreno, piuttosto che su una facile retorica antiberlusconiana che i «valori» di Di Pietro andrebbero misurati. Salvo scoprire, alla fine, che si tratta magari degli intramontabili «dio, patria e famiglia». In nome dei quali saremmo chiamati a combattere un premier materialista, dedito al proprio tornaconto personale e puttaniere.
Questo giornale ha solide tradizioni garantiste, dal processo 7 aprile a tangentopoli. E’ un punto di vista, questo, che attiene a una precisa idea della società, del diritto, della politica e della sua funzione non sostituibile con scorciatoie di sorta. Né si tratta di un dettaglio da lasciare in balia degli umori del cosiddetto «popolo di sinistra», se mai questa formula designi ancora qualche cosa.
E’ un punto di vista che esclude che la magistratura possa riscrivere la storia e, men che meno, farla, come si può supporre ritenga Di Pietro, il quale trae le sue origini politiche dall’epopea di «Mani pulite». Per quanto devastato possa essere il tessuto sociale, per quanto insignificanti gli epigoni della sinistra, chi conserva memoria di cosa siano il conflitto sociale, lo sfruttamento, il progetto, non può apprezzare il canto di queste sirene.

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