La strategia dei silenzi dietro il ricordo di Giovanni Falcone

Capaci, 25 anni dopo. Come sono
cambiate la mafia e l’antimafia

 

È come prima. Prima delle stragi,
dei delitti eccellenti, prima della
grande mattanza di Palermo.
Ventincinque anni dopo è
tornato tutto a posto.
Zitta la mafia e ora zitta anche l’antimafia.
Neutralizzata, “allisciata” e lusingata,
qualche volta pure com- prata.
C’è un grande silenzio, un quarto di secolo dopo l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

E non fa certo storia il regola-
mento di conti dentro la “fami-
glia” di Porta Nuova, un omici-
dio interno in qualche modo annun-
ciato.
Chiusa la parentesi sanguinaria e
straordinariamente deviante dei
Corleonesi – che hanno lavorato per
conto proprio dentro Cosa Nostra e
per conto terzi in un’Italia attraver-
sata dalla strategia della tensione –
oggi la mafia si è ripresa la sua iden-
tità e si è risistemata nella sua posi-
zione ideale. Dentro, accanto e vici-
no a chi comanda. L’antimafia, al
contrario, la sua identità l’ha persa.
E si è accomodata dentro, accanto e
vicino a chi comanda. Percorsi paral-
leli e inversi con un’unica destinazio-
ne.
Dopo l’atto finale dell’estate del
1992, seguito dalle bombe al Nord
di poteri illegali e poteri legali che si
confondono.
Oggi celebriamo solennemente e
giustamente gli eroi ma dietro le fan-
fare e i pennacchi, lo Stato dà la sen-
sazione di avere mollato in qualche
modo la presa, mostra di non avere
più in tutte le sue componenti la ne-
cessaria determinazione e lucidità
che aveva manifestato nei mesi e ne-
gli anni immediatamente successi-
vi alle uccisioni di Falcone e Borselli-
no.
Ma non è sul fronte giudiziario o
poliziesco che c’è stato l’arretramen-
to più vistoso, è su quello politico,
culturale, civile. Al di là dei procla-
mi, siamo un’Italia e una Sicilia men-
talmente più mafiosa di due decen-
ni fa. Solo Palermo si salva. Solo Pa-
lermo, nel nostro Paese, è meno ma-
fiosa di prima. Ancora ferita, più con-
sapevole, più affamata di libertà.
Contrapposta a una mafia che si
rifà alla sua “tradizione” non c’è più
un’antimafia severa nei suoi com-
portamenti, rigorosa nelle sue azio-
ni. Rappresentata da predicatori
più interessati a mantenere appara-
ti e a garantire il sottobosco delle
proprie organizzazioni, piuttosto
che a denunciare ingiustizie e vergo-
gne. Un’antimafia che nel breve vol-
gere di qualche anno si è spompata,
si è svilita.
Non basta sbandierare un vessil-
lo o organizzare una grande marcia
“per combattere la mafia”, non ba-
sta urlare una volta l’anno che “la
mafia fa schifo”, ripetere come in un
Carosello spot grossolani e poi siste-
maticamente e cinicamente chiude-
re gli occhi e tapparsi la bocca.
E’ il silenzio che ha avvelenato
l’antimafia di questi ultimi anni. Un
silenzio davanti a eserciti di faccen-
dieri, intorno a “sistemi” che si sono
impadroniti – è questo il “modello si-
ciliano” – della Regione e di molte
aziende pubbliche, di enti e consor-
zi, assessorati, poltrone. C’è stato un
assalto violento, aiutato e accompa-
gnato dall’omertà antimafiosa.
Dov’era (e dov’è ancora: chi prote-
sta, chi si indigna?) l’antimafia
quando il cavaliere Antonello Mon-
tante si è impossessato di tutto o
quasi fino – e anche dopo – a quell’av-
viso di garanzia per concorso ester-
no? Era a firmare inutili protocolli di
legalità con lui e con i suoi soci in gi-
ro per l’Italia. Dov’era, quando la giu-
dice Saguto ha fatto quello che ha
fatto trasformando la sezione delle
misure di prevenzione del Tribuna-
le nel cortile di casa sua? Dov’era
l’antimafia, quando avrebbe dovuto
vigilare sulle operazioni poco traspa-
renti di alcune prefetture che agevo-
lavano commerci sulla pelle dei mi-
granti? A battere cassa nelle antica-
mere del ministero dell’Interno.
Gli scandali vengono fuori solo
con le indagini poliziesche e giudi-
ziarie. Il ”caso Trapani” è un’investi-
gazione – molto rivelatrice – dei cara-
binieri che ci fa intuire che non è sol-
tanto un caso Trapani: quello che si
è scoperto lì c’è anche altrove in Sici-
lia. Traffici protetti dalla politica e
dalla burocrazia regionale. E il “gi-
ro” è sempre lo stesso, i nomi sono
sempre quelli, cambiano solo i pre-
stanome.
Gli scandali vengono fuori ormai
soltanto dalle indagini perché gran
parte della stampa è in silenzio
stampa. Non disturba, preferisce ta-
cere. E quando tace è ancora tanto.
Perché in questa lunga stagione è
stata mostrata alla pubblica opinio-
ne una realtà deformata, falsa. I can-
tori della “rivoluzione siciliana” han-
no dedicato pagine e pagine di gior-
nali e di riviste patinate a personag-
gi che meritavano ben altra recen-
sione. Anche saggi, volumi, biogra-
fie. L’altro giorno mi è capitato fra le
mani il libro di un collega del Sole 24
ore che non ha avuto esitazioni a
Non è sul fronte giudiziario
o poliziesco che si registra
un arretramento
ma su quello politico C’è stato perfino chi in un
libro ha paragonato
Cappellano Seminara
ad Ambrosoli
per dare l’ultimo “colpettino” a chi
non voleva capire fino in fondo cosa
era accaduto il 23 maggio e il 19 lu-
glio del 1992, la mafia già da tempo
ha fatto pace con lo Stato italiano.
Nulla di clamoroso o di inedito, era
andata così nell’ultimo secolo e mez-
zo prima degli attentati e delle mi-
tragliate contro magistrati, giornali-
sti, sacerdoti, ufficiali dei carabinie-
ri, poliziotti, imprenditori, prefetti,
uomini dei partiti politici che aveva-
no cercato di contrastarla.
La mafia è semplicemente torna-
ta mafia dopo i deliri di Totò Riina e
dei suoi “picciuttunazzi” scesi dalla
Rocca Busambra. Canazzi da cate-
na, da sciogliere alla bisogna.
In questi venticinque anni lo Sta-
to ha disarticolato la struttura mili-
tare della Cosa Nostra corleonese –
con una capacità repressiva senza
precedenti – ma nello stesso tempo
la macchina investigativa non è riu-
scita ad intercettare e interpretare
in tempo cambiamenti e camuffa-
menti, i tentativi mafiosi di penetra-
zione nelle stanze del potere.
Nulla di clamoroso o di inedito,
tutto come prima. Una mescolanza scrivere nel 2013: «Non credo sia az-
zardato paragonare Cappellano Se-
minara ad Ambrosoli». Avete letto
bene: l’avvocato Gaetano Cappella-
no Seminara, il re degli amministra-
tori giudiziari del cerchio magico
della giudice Saguto, accostato alla
figura dell’”eroe borghese” Giorgio
Ambrosoli, un italiano che ha paga-
to con la vita la sua resistenza ai ma-
fiosi amici di Michele Sindona. Tut-
to stampato a pagina 65 de “I Sov-
versivi”, che poi sarebbero – sovversi-
vi!!!- il governatore Crocetta, i Catan-
zaro delle discariche, i Costanzo ca-
tanesi della Tecnis, il Montante sot-
to indagine per mafia e chissà per co-
sa altro ancora, il Lo Bello Ivan mo-
mentaneamente sparito dalla sce-
na in attesa di tornarci quando le di-
sgrazie giudiziarie altrui gli consen-
tiranno di ripresentarsi. E’ stata in-
carnata anche da questa “rete” l’an-
timafia del dopo le stragi. E allora, fa-
telo voi il bilancio venticinque anni
dopo. Provate voi a spiegare a me
cos’è la mafia e cos’è l’antimafia og-
gi mentre piangiamo Giovanni Fal-
cone e Paolo Borsellino.

 

A. Bolxoni

rep. ed. PA 23/V/2017

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