Dolce e Gabbana: una sartoria di lusso per il modello Palermo

Articolo di Gabriele CENTINEO

Francesco Merlo, catanese in esilio, in due appassionate e sensuali pagine sulla Repubblica del 9 Luglio, racconta delle sfilate di moda a Palermo. Da qui conclude che “ Palermo torna città”. Lo sapevamo già e, se fosse necessario, ce lo ricorda lo stesso quotidiano (pag. II della edizione palermitana): “l’isola delle case a rischio”, il degrado dello Iacp, dello Zen, gli abusivismi, le illegalità nella gestione delle case, Palermo con le sue favelas.


Ma se nelle periferie, e anche nel centro storico, il degrado non si arresta, quello che conta, per D e G, è la riapertura del portone del Palazzo del Gattopardo e che le fanciulle si affacciano dai balconi, “non si chiudono”, ma anzi “si aprono” con i loro scialli scuri e nel nero che D e G hanno liberato dallo stereotipo del “ lutto di mafia”. Bastava così poco, a pensarci.

Liberatasi del lutto, è tempo che i gattopardi, l’aristocrazia palermitana, che di mafia viveva, riprendano il loro ruolo nella città. D’altra parte il Sindaco: “Dobbiamo riprenderci tutta la tradizione (che la mafia) ci ha sporcato…Dolce e Gabbana hanno messo il bollo sulla svolta, sul nostro cambiamento di rotta”. E a leggere il Merlo c’è tutto nei modelli sartoriali di Angelica e Tancredi, di Turiddu e Santuzza, ma anche di Maria Immacolata, nobili e plebei, in un grande abbraccio sul territorio. Così D e G inaugurano il modello Palermo che Orlando propone a Renzi e che intende esportare a livello regionale e poi a livello nazionale, almeno per ora.

Liste dei territori animate da notabili locali, sindaci eletti col maggioritario, eliminazione e/o riduzione alla subalternità dei soggetti politici. La fase finale di quella devastazione delle autonomie locali partita con la elezione diretta dei sindaci e con la riduzione alla irrilevanza dei consihgli comunali.
Ma lasciamo per il momento il Merlo al fascino delle belle fanciulle, che si affacciano dai balconi dei palazzi nobiliari che si aprono con i loro scialli neri, alla meraviglia delle/dei miliardarie/i che si affollano a comprare con “denaro vero”.

Abbiamo percorso il giornale nella speranza di cogliere qualche segno diverso. Siamo inciampati speranzosi in un titolo, con l’Arcivescovo di Palermo che tuona: “Via i falsi idoli della città” I vecchi ricordi di catechismo hanno innescato un corto circuito: quali idoli se non l’ostentazione delle ricchezze e il lusso. Non avevamo capito niente. Infatti “Monreale con Dolce e Gabbana, il Duomo si illumina d’oro”. Anche li una sfilata, il dolce coro delle suore benedettine, una cena nel chiostro. Abbiamo sperato che il Cristo Pantocrator, sceso dalla abside, ripetesse quel gesto, di Gerusalemme, di scacciare i mercanti del Tempio, di rovesciare i banchetti, di colpire gli infami. Ci siamo ricordati purtroppo di non credere, ma ci siamo detti di non potere tollerare quest’ultima offesa a Cristo.

Lascia un commento