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La lotta dei forconi sia ricondotta in una più complessiva vertenza regionale

La lotta dei braccianti agricoli, dei pescatori, degli autotrasportatori e dei commercianti, cosiddetta dei Forconi è sicuramente motivata da una contestazione contro i devastanti provvedimenti antipopolari intrapresi dal Governo nazionale Monti e contro l’immobilismo e l’incapacità del Governo regionale Lombardo, assumendo , però, i toni e le parole d’ordine di un movimento corporativo.

L’aumento spropositato del gasolio e della benzina, dell’IVA, dei ticket autostradali e dei traghetti, voluti dal governo Monti, creano effettivamente grosse difficoltà economiche alle marinerie o agli autotrasportatori, che basano la loro attività lavorativa, anche sul contenimento del costo degli idrocarburi. Tutto ciò in Sicilia, paradossalmente una regione dove si raffina il 50% di benzina e gasolio che sono vendute in Italia; una regione, inoltre, con un sistema infrastrutturale viario e rotabile fra i più arretrati e carenti d’Italia.

La protesta spontanea , che vede partecipare lavoratori che rivendicano i loro diritti è, però, utilizzata da capipopolo che sembra facciano riferimento più al Partito del Presidente Lombardo o agli interessi della destra, che ai veri interessi dei lavoratori.

Chi sino ad oggi ha guidato il malcontento popolare lo ha strumentalizzato per ricondurlo docilmente tra le braccia del governo regionale. E’ sintomatico l’atteggiamento strumentale di esponenti politici e partiti regionali e nazionali di centrodestra che da autori responsabili di politiche devastanti per l’economia meridionale oggi si ergono a sostenitori della lotta.

I Lavoratori conducono certamente una lotta che parte dalle condizioni economiche in cui versano settori come quello agricolo, ormai non più sopportabili. Piccoli produttori che non vedono più prospettive economiche e di mercato ed hanno certezza della fine delle politiche di integrazione economica di prodotti agricoli come il grano duro, che li proietta verso la povertà, ed ,inoltre, hanno visto svalutare il valore commerciale delle aziende e dei terreni agricoli.

Riteniamo necessario che quella fetta di lavoratori che manifestano l’opposizione alle manovre del governo Monti debba riuscire ad autonomizzarsi . Occorre che l’attuale lotta dei forconi sia ricondotta in una più complessiva vertenza regionale per la ripresa produttiva dell’isola che metta insieme tutto il mondo del lavoro siciliano.

PRC Sicilia

Una testimonianza dalla Sicilia

da rifondazione.it, 21 gennaio 2012

Sono un produttore agrumicolo siciliano. In questi giorni, nel pieno della stagione delle arance, anziché a raccogliere sono al computer a mandare appelli affinché si aprano gli occhi su ciò che sta succedendo qui. Vi scrivo da Lentini, provincia di Siracusa. Eravamo al corrente dei blocchi imminenti già dalla settimana scorsa. A differenza di noi la maggior parte della popolazione era assolutamente ignara e questo ad ulteriore riprova del fatto che il fenomeno non nasce come popolare. Lunedì sono cominciati i blocchi. Qui a Lentini ne sono stati organizzati parecchi, almeno 4 sulle principali vie d’accesso del paese.
Tutti i mezzi commerciali anche semplici macchie furgonate sono stati costretti a fermarsi e a dimostrare solidarietà al movimento abbandonando il mezzo.

Ho passato un po’ di tempo ad osservare questi blocchi, non c’era ovviamente nessuna facoltà nel poter scegliere di aderire o meno. I toni ed i modi erano semplicemente intimidatori, in una maniera che nessun siciliano che voglia campare cent’anni potrebbe mai fraintendere. Un ragazzo africano venditore ambulante, che evidentemente non conosce bene questi codici comportamentali è stato circondato, gli hanno aperto gli sportelli è fatto capire in maniera poco velata cosa doveva fare. La sua macchina è ancora parcheggiata lì.
I blocchi non si sono limitati a sequestrare i mezzi, ma hanno fatto opera di indottrinamento. Ciascun autista veniva informato dei motivi della protesta che doveva ovviamente condividere. Mio padre ha avuto qualche piccola obbiezione da fare. Quando gli è stato detto che l’indomani avrebbero impedito anche la libera circolazione dei mezzi ad uso civile, lui ha obbiettato che mia madre avrebbe dovuto fare delle visite mediche e loro gli hanno risposto che in tal caso avrebbe dovuto esibire il certificato medico. Quando mio padre ha reagito dicendo che non solo questo sistema di protesta era sbagliato, ma semplicemente folle, è stato costretto, per punizione, ad accostare fino a nuovo ordine. Dopo mezz’ora è potuto ripartire.
Da ieri squadracce di individui poco raccomandabili girano intimando a ciascun esercente, artigiano, ecc.. di chiudere l’attività pena ritorsioni. Ieri, la panettiera, quando sono entrato in panificio aveva le mani tremanti: “mi anno detto che se quando tornano trovano aperto spaccano tutto”. Idem in molti altri esercizi, “scusate , ma ci hanno fatto chiudere per sciopero”.
Il fatto che le forze dell’ordine abbiano assistito passivamente a questi eventi, con i finestrini delle macchine ben chiusi per non sentire il carattere intimidatorio dei pacifici manifestanti nei confronti degli autisti dei mezzi è gravissimo. So che ovviamente le pattuglie rispondo ad ordini ricevuti, ma legittimare in questo modo queste pratiche anti democratiche, consentire la violazione dei diritti fondamentali di altri individui, crea dei precedenti molto pericolosi.
Dare un simile potere a chi non ha alcun diritto di esercitarlo, è un gioco pericoloso, dal quale può essere difficile tornare indietro. Purtroppo navigando sul web vedo che questa ventata di rivoluzione crea tanto entusiasmo ed accende gli animi di chi, forse, non si rende conto di cosa sta succedendo. Gli studenti che oggi scendono in piazza, non sanno che in questo momento qualcuno sta rubando un pezzo della loro futura libertà. Questa azione non è in alcun modo fatta per dare alcun beneficio ai siciliani. Nessuno si è presentato al palazzo della regione per pretendere una migliore gestione delle risorse, una riduzione dei costi della politica siciliana, interventi economici ed infrastrutturali per ridurre gli svantaggi territoriali per meglio competere sul mercato europeo o altre delle mille cose che avremmo bisogno venissero fatte. NO! CIO CHE E’ IN CORSO E’ UNA MACRO ESTORSIONE.
In Sicilia, ciò cui siamo comunemente abituati, è che qualcuno bussi alla nostra porta e ci dica “o paghi o non ti facciamo più lavorare – ti bruciamo il negozio o la macchina”. Qui quanto avviene oggi e che a ciascuna persona che lavora, almeno nel mio territorio, venga detto “o lo stato paga, o non ti facciamo più lavorare, non ti restituiamo il mezzo di trasporto, le merci, non ti diamo più il diritto di mangiare o circolare liberamente”. Tutti in ostaggio e boia chi molla. Quale sia il riscatto che dovrà essere pagato non è ben chiaro.
A parte gli interessi di qualche categoria che vuole che la crisi pesi più sugli altri che su di se, qui qualcuno sta mostruosamente speculando sul disagio e l’ignoranza della gente per costruirsi un credito politico, a partire da Forza Nuova che si cela dietro il comitato forza d’urto, così come tanti altri individui di discutibile reputazione. Ciascuno cittadino e ciascuna categoria, in qualsiasi regione di Italia in questo momento è in difficoltà, ma l’uso della violenza e della prepotenza per l’accaparramento di privilegi non è ammissibile. E’ irresponsabile, non ce lo possiamo permettere più. La “rivoluzione” dovrebbe portare esattamente l’effetto opposto rispetto ciò cui stiamo assistendo. Ripristinare lo stato di diritto. Abolire i privilegi. Dare regole eque e chiare e farle rispettare a tutti! Tutto ciò e molto triste e mi amareggia tantissimo, come italiano e come siciliano.

Il posto dei forconi

Il posto dei forconi   

Scritto da Salvatore Cavaleri – Giovanni Di Benedetto   

domenica 22 gennaio 2012

Pescatori ed agricoltori, disoccupati ed autotrasportatori, commercianti ed artigiani: in Sicilia è esplosa la protesta. Erano anni che la si auspicava e subito echeggiano i sospetti di torbidi criminali e di una jacquerie che si nutre di demagogia e populismo. Che ad accusare i manifestanti di contiguità con la mafia ci si metta pure Confindustria regionale suona quasi paradossale. Ma non era l’organizzazione degli imprenditori a esprimere gli interessi della borghesia mafiosa?

 

La crisi non risparmia nessuno, lo sappiamo, e gli effetti devastanti della globalizzazione travolgono inevitabilmente anche la nostra isola. Non ci sono più spazi di mediazione ad ammortizzare il peso che si abbatte sui più esposti alla devastazione del capitalismo e, del resto, le risorse per foraggiare la gestione clientelare cominciano a scarseggiare. Sarebbe un errore, però, pensare che questa crisi sia dovuta ad un’assenza di modernità, propria della presunta condizione periferica dell’isola. Al contrario la Sicilia è al centro di un terremoto sistemico che travolge l’area del Mediterraneo e che ci costringe a guardare contemporaneamente da un lato alle rivolte e alle guerre civili dei paesi della sponda Sud e dall’altro alla stangata dell’asse franco-tedesco per rendere definitivamente subalterne, sul terreno economico e sociale, le regioni meridionali dell’Unione europea. La Sicilia è, insieme alla Grecia, a tutta l’Italia meridionale e ai paesi della penisola iberica, destinata a diventare parte del nuovo Mezzogiorno d’Europa. Essa ha già cominciato a pagare con inutili sacrifici e con controproducenti manovre all’insegna dell’austerity, l’assurda logica della costruzione di un’Europa che sottomette i suoi fondamentali macroeconomici ai cinici parametri del trattato di Maastricht.

 

L’economia siciliana, agricoltura e pesca in primis, esce strangolata dalla competizione sui mercati globali. I piccoli produttori sono stabilmente costretti a vendere sotto costo i propri prodotti ai cartelli della grande distribuzione. Ed è bene ricordare che l’anello finale di questa catena di sfruttamento globale è rappresentato da quei lavoratori, migranti o siciliani, che operano permanentemente in condizioni di semi schiavitù.  

 

Queste premesse minime sono la cornice necessaria per provare ad inquadrare in modo complesso il disagio ed il malcontento esplosi in questi giorni in tutta la Sicilia. Intorno a questa protesta si è, giustamente, scritto abbondantemente. Tuttavia, ci sembra che le analisi abbiano più che altro provato a semplificare o a ridurre a categorie preconfezionate quanto sta succedendo, parlando di volta in volta di protesta popolare o di rivolta dei padroncini, di indignazione spontanea o di strumentalizzazioni occulte, a seconda che si faccia il tifo pro o contro i forconi.

 

Se le rivendicazioni espresse hanno vagamente agitato la richiesta di  sgravi fiscali, l’abbassamento delle accise sul carburante ed un trattamento più equo da parte della Serit (l’Equitalia di Sicilia) e degli istituti bancari, da più parti sono state decretate precise condanne rispetto al ruolo avuto dalla criminalità organizzata o dalle formazioni di estrema destra. C’è anche chi riconosce tra i manifestanti esponenti del sottobosco politico vicini al PDL, al MPA o a improvvisate sigle di ispirazione finto autonomista, e chi sottolinea la presenza di uomini di sottogoverno vicini a Palazzo dei Normanni. Per non parlare del ruolo che si è ritagliato Maurizio Zamparini, presidente del Palermo Calcio, principe della grande distribuzione e dei mega centri commerciali, reinventatosi all’improvviso capo popolo e forconaio. Del resto, sembra piuttosto curioso che la protesta scoppi proprio in un momento in cui Monti è succeduto a Berlusconi. Certo, non si tratta dello sciopero dei camionisti contro Allende, che aprì la strada alla dittatura di Pinochet nel Cile dei primi anni ’70, ma risulta inquietante osservare come la protesta abbia rivolto critiche e strali a tutti tranne che alla classe dirigente siciliana, che in questi due decenni ha spadroneggiato e furoreggiato quasi ininterrottamente. I leader della protesta hanno qualcosa da rimproverare ai Lombardo e ai Cammarata, agli Schifani e ai Cracolici?

 

La verità è che in un momento di riconfigurazione del quadro politico nazionale si rimescolano le carte anche in sede regionale e locale: la borghesia mafiosa cerca di usare strumentalmente l’agitazione delle piazze per ridefinire i propri spazi di iniziativa e ricollocare i propri terminali politici dentro uno spazio di contrattazione con il governo nazionale. In primavera la Sicilia sarà teatro delle elezioni degli enti locali, più di un centinaio di comuni piccoli e grandi andranno al voto e le amministrative di Palermo si candidano ad assumere la valenza di un test nazionale ad un anno  delle elezioni politiche. È difficile pensare che la protesta degli ultimi giorni non abbia nulla a che fare con queste grandi manovre.

 

Eppure, tutte queste annotazioni, se pur vere, non forniscono un quadro completo ed esaustivo. Sarebbe sbagliato snobbare il disagio e liquidare sbrigativamente questa sollevazione che, invece, ci dice molto sulle trasformazioni che la nostra regione ha subito negli ultimi tempi. Essa ci parla di agricoltori schiacciati dall’aumento del costo di sementi e fertilizzanti, di un ceto medio che nel giro di pochi anni ha visto crollare la proprie sicurezze, di piccole e medie imprese stritolate dalle dinamiche della concorrenza selvaggia internazionale. Ci mostra il precipizio che separa un’economia legata al territorio da un’economia fatta di flussi, l’acuirsi drammatico delle distanze tra il mondo della produzione e il mondo della circolazione dei grandi capitali e dei grandi marchi. Ma ci mostra, al tempo stesso, tutta la fragilità di questa economia dei flussi, capace di traballare nel giro di pochissimi giorni. Scaffali dei supermercati semivuoti, strade sgombre all’ora di punta, file chilometriche in attesa della possibile riapertura dei distributori di benzina. Fa impressione guardare  come il blocco del settore della logistica riesca, in men che non si dica, a far precipitare nella paralisi un’isola come la Sicilia.

 

La storia della Sicilia è la storia del movimento antimafia, che in forme più o meno carsiche ha combattuto i crimini del potere politico-mafioso lungo tutto il secolo scorso; ma è anche la storia  delle grandi rivolte capeggiate da leader populisti che, demagogicamente, cavalcano la protesta e strumentalizzano il legittimo rifiuto per le vessazioni e i privilegi di quelle caste che lucrano parassitariamente sui bisogni dei più deboli. È qui, su questo crinale, che, a nostro avviso, si gioca la partita, una partita difficile e tuttavia per nulla scontata. Non c’è uno spazio al di fuori della crisi e affinché la nostra azione abbia una qualche efficacia è necessario situarsi dentro le sue stesse contraddizioni. Perché questa è anche la nostra crisi, delle nostre città, dei nostri territori, e dentro la generalità di queste contraddizioni siamo tutti inseriti. E se vogliamo sfuggire alle retoriche populiste e localiste dobbiamo provare a riconfigurare uno spazio di conflittualità che con queste contraddizioni dovrà pur avere a che fare.

 

Di fronte alla crisi della politica, è naturale che il ricorso all’antipolitica diventi lo strumento più semplice per governare la crisi. Per le classi dirigenti politico mafiose diventa un gioco da bambini prospettare un’uscita a destra dalla crisi. Anche se, quando saltano tutti gli equilibri, probabilmente, saltano anche quelli su cui si basava la creazione del consenso attraverso una gestione privatistica e clientelare dei fondi pubblici. Se questo è vero, questa crisi della rappresentanza di interessi costituiti e di rendite consolidate delinea anche un’occasione per ricostruire una cultura politica in grado di funzionare, di fronte alle pulsioni distruttive del capitale, come spazio di regolazione e di mediazione dell’economico.

 

Alla strategia che si nutre di pulsioni egoistiche e di semplici opposizioni difensive e rivendicazioni corporative, si può rispondere soltanto caricando di un senso differente e trasformatore la protesta. Si risponde, cioè, lavorando alla ricostruzione di uno spazio che possa permettere l’elaborazione di una coerente critica nei confronti delle contraddizioni laceranti della contemporaneità. La carica trasformatrice di un movimento si misura dalla sua capacità di imporre nuove priorità e nuovi ordini del discorso. A partire dal rifiuto delle strategie di austerità e disciplina sul piano del cosiddetto risanamento economico, per imporre un’agenda politica fondata innanzitutto sulla partecipazione, la gestione e il controllo democratico delle risorse economiche, sulla salvaguardia dei beni comuni, e che tuteli l’occupazione, le pensioni, la sanità e la scuola pubblica.

 

Questo movimento dei forconi ci insegna, allora, che la crisi è un campo minato. Non risparmia nessuno e al tempo stesso produce delle risposte imprevedibili. Ci stiamo abituando ad avere a che fare sempre più spesso con la non linearità delle insorgenze. Accanto alla ribellione contro gli effetti della crisi sorgono di continuo anche rivendicazioni microcomunitarie, l’invenzione di nuove istanze identitarie, nuove retoriche di chiusura che cercano la disperata possibilità di sopravvivere alla spietata legge della giungla. E’ importante, allora, più che semplificare e riportare tutto al già conosciuto, provare a fare emergere tutto il portato contraddittorio di queste proteste, capire quale posto occupano le contraddizioni locali all’interno delle dinamiche globali. Proprio perché sono le contraddizioni, forse ancor più delle proteste, a rendere chiare quali siano le poste in gioco nei perversi gangli della crisi.

 

 

Salvatore Cavaleri – Giovanni Di Benedetto

Ingegnere (PRC-Messina): Sul movimento dei forconi. Ed oltre.

La protesta organizzata dal movimento dei forconi sta scatenando disagi e polemiche. Si è scritto e detto molto a proposito di chi si nasconde dietro questo movimento, su chi sono i “capipopolo” della protesta: fascisti ed autonomisti vicini al governatore Lombardo, sponsorizzati da gente del calibro di Zamparini, Scilipoti e con il plauso di esponenti della Lega Nord come Castelli.
Inutile anche aggiungere l’irrazionalità dei modi con cui si attua la protesta: invece di causare “disagi” alla casta politica ed ai potentati che si dice di combattere, si creano enormi problemi alla gente comune ed alla già non felice economia dell’Isola; va inoltre aggiunto il crescente mercato nero con l’aumento dei prezzi dei generi alimentari.
Tuttavia non si possono sottovalutare alcuni aspetti emersi nel corso di questa protesta: durante questa settimana, diversi cittadini e giovani si sono avvicinati alla protesta, leggendolo erroneamente come lo sbocco al legittimo sentimento di ribellione allo stato di cose presenti. Questi cittadini poco hanno a che spartire con Forza Nuova e con il partito di Lombardo; la loro adesione a questa forma di protesta affonda le radici nella crisi economica e politica che la Sicilia sta attraversando, con il consueto sfondo di immobilismo istituzionale.
Contro questo immobilismo e la crisi della politica, che si invera in una separazione tra rappresentanti e rappresentati, fa la comparsa questo ribellismo, come desiderio concreto di tornare a contare nelle scelte della vita pubblica.

E’ proprio a questa esigenza che il partito della Rifondazione Comunista vuol dare una risposta.

Bisogna dare una risposta politica alla crisi che stiamo vivendo: come partito dovremmo lavorare alla costruzione, in tutte le realtà della regione, di comitati permanenti contro la crisi, contro il carovita, coinvolgendo partiti e sindacati della Sinistra, creando un fronte di lotta comune con i precari, i disoccupati, gli studenti in lotta, gli operai e tutti coloro che ogni giorno vivono con sempre più difficoltà le scelte economiche neoliberiste.
I responsabili della crisi politica hanno un nome ed un cognome, oltre ad un indirizzo politico: bisogna chiedere le dimissioni della giunta Lombardo. Va combattuta la borghesia mafiosa, che oggi alimenta le ragioni della protesta; va sostenuto un movimento di autoaffermazione territoriale, attraverso la decisione di essere “padroni a casa nostra”: via il Muos e la base americana di Sigonella.
Va affermato un senso di appartenenza e cura della nostra Regione: l’irrazionalità del Ponte sullo stretto diventa evidente di fronte alla fragilità del nostro territorio ed alla condizione impraticabile di strade, autostrade e l’arretratezza del nostro sistema ferroviario.
Andrebbe agevolato l’accesso al credito a tutti quei piccoli produttori agricoli e commercianti che subiscono l’usura delle banche e la dittatura del neoliberismo; andrebbe abbattuta la filiera, al fine di abbassare i costi per l’utenza e facilitare la vendita dei prodotti.

Questi assunti andrebbero praticati il prima possibile, perché la crisi che la Sicilia sta attraversando, unita alla crisi di credibilità della politica ufficiale rischia di ridurre gli spazi di riflessione critica e di far aumentare, in parallelo, manifestazioni di protesta orchestrate da chi è organico alla crisi e non ne rappresenta sicuramente la soluzione.

Come Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Messina ci impegniamo da subito ad intraprendere questo percorso, inaugurandolo con una assemblea pubblica che coinvolga sindacati, associazioni di categoria, rete no ponte ed esperti.

Carmelo Junior Ingegnere, Segretario Provinciale PRC Messina

Brevi riflessioni sul movimento dei forconi.

immagine tratta da neronera.com

La protesta dei tanti piccoli imprenditori siciliani e non solo, presenta una piattaforma confusa e piena di parole d’ ordine antipolitiche e demagogiche, ma le istanze originarie rappresentano un malessere sociale che è condivisibile.

Esiste però una strana anomalia che noi abbiamo notato sin da subito.

Il profondo disagio economico che vivono migliaia di microimprese agricole, commerciali, artigianali dell’isola ed anche tanti studenti e semplici cittadini da oltre un decennio, è stato catalizzato e organizzato dai grossi gruppi che gestiscono i trasporti (non gli autotrasportatori) e la commercializzazione (non i commercianti) dei prodotti agricoli siciliani.

Figure ( quelle degli organizzatori) che il procuratore Grasso ha definito borghesia mafiosa.

Hanno organizzato in punti strategici fermi e blocchi, imponendo la chiusura dei mercati agricoli più importanti, e guarda caso la risposta, per la prima volta, è stata immediata. Cosa strana e singolare in una terra dove l’immobilismo è la regola.

Ancor di sospetta, se si evidenzia che poche ore prima che iniziasse il blocco una delegazione di “forconi” si era incontrata col Presidente della Regione, a fronte di quell’incontro è seguito il blocco dell’economia siciliana.

Dopo due giorni di protesta la stessa delegazione si incontrerà a breve nuovamente con il Presidente Lombardo, sostenuto dal Pd siciliano, per ottenere cosa? Se tutto dipende da Bruxelles (risposta che Lombardo ha dato ai forconi venerdì scorso) dopo solo due giorni cosa è cambiato? Non si poteva trovare prima l’accordo? Perché questa prova di forza ha visto schierati all’unisono tutti i network siciliani? Perché attaccare la politica in modo generico per poi rivolgersi e rivalutare sempre i soliti noti cioè i responsabili di questo sfascio economico e sociale? Cosa ci fa il presidente Zamparini (presidente del Palermo Calcio) che guida un movimento che incita alla rivolta fiscale? Cosa ci fanno i dirigenti di Forza Nuova? Cosa fanno alcuni dirigenti regionali del PDL e dell’MPA mascherati da forconi?

Infine ci chiediamo, da dove vengono i fondi per tappezzare l’intera regione con manifesti che promuovono “forza d’urto”?

Questa manifestazione intercetta il disagio, soffia sul fuoco della disperazione e alimenta il malcontento popolare che cova da tempo per le vessatorie misure economico fiscali introdotte dai governi (regionali e nazionali) di centrodestra ma è di stampo reazionario e vandeano.

Punta a mantenere le garanzie dei soliti noti.

E’ capeggiato da leader che provengono dal centrodestra (non si escludono anche infiltrazione malvitose), cioè da quelle forze che hanno governato fino a novembre e che hanno colpito pesantemente questo blocco sociale di piccole e medi operatori ai quali dopo l’incontro tra i forconi e Lombardo resterà la loro giusta rabbia e la loro giusta rivendicazione.

Pertanto sarebbe necessario lanciare una controffensiva politica, una proposta che possa trasformare un disagio giusto in un reale lotta politica, con forme di lotte dure ma non autolesioniste e che raccolgano la partecipazione convinta dei cittadini.

Potrebbero valutarsi campagne di protesta e boicottaggio verso i simboli della crisi, banche, assicurazioni e compagnie petrolifere.

Si potrebbe cercare di riportare la protesta fuori della semplice antipolitica, indicando al movimento i responsabili politici di questa crisi, chiedendo le dimissioni di Lombardo e del suo governo tecnico con il PD.

Sul terreno delle proposte rilanciare con forza il reddito di cittadinanza per i disoccupati ed una piattaforma di rivendicazione al governo nazionale sul tema delle politiche agricole e sulle misure a sostegno del welfare e dello sviluppo.

Ragusa, 18.01.2012

i compagni

Salvatore Nicastro

Marco Dimartino

Mimmo Cosentino

Moti spontanei?

da Davide Guastella su risvegliati.it del 18 gennaio 2012

La protesta dei forconi presenta una piattaforma di problematiche condivisibile.
Esiste però una strana anomalia che noi abbiamo notato sin da subito. Il profondo disagio economico che migliaia di microimprese agricole, commerciali, artigianali dell’isola vivono da oltre un decennio è stato catalizzato e organizzato dai grossi gruppi che gestiscono i trasporti (non dagli autotrasportatori) e la commercializzazione (non i commercianti) dei prodotti agricoli siciliani.
In quei settori dove troppo spesso si annida quella che il procuratore Grasso è arrivato anche a definire borghesia mafiosa.
Questo movimento che di spontaneo ha ben poco ha organizzato in punti strategici fermi e blocchi con la violenza (vedi i due casi di accoltellamento) e ha imposto la chiusura dei mercati agricoli più importanti. Guarda caso la risposta, per la prima volta, è stata immediata. Cosa strana e singolare in una terra dove l’immobilismo è la regola.

Poche ore prima che iniziasse il blocco una delegazione di “forconi” si era incontrata col presidente della regione, a fronte di quell’incontro in cui il presidente Lombardo diceva che le responsabilità erano dell’Europa e da lì il blocco dell’economia siciliana. Dopo due giorni di protesta la stessa delegazione si incontrerà a breve nuovamente con il presidente Lombardo per ottenere cosa? Se tutto dipendeva da Bruxelles (risposta che Lombardo ha dato ai forconi venerdì scorso) dopo solo due giorni cosa è cambiato?
Perché non si poteva trovare prima l’accordo? Perché i cittadini devono subire enormi disagi? Perché gli agricoltori dovranno subire l’ennesima mazzata, buttando decine di tonnellate di prodotto? Perché questa prova di forza ha visto schierati all’unisono tutti i network siciliani? Perché attaccare la politica in modo generico per poi rivolgersi e rivalutare sempre i soliti noti cioè i responsabili di questo sfascio economico e sociale?
Cosa ci fa il presidente Zamparini (presidente del Palermo calcio) che guida un movimento che incita alla rivolta fiscale? Cosa ci fanno i dirigenti di forza nuova? Cosa fanno alcuni dirigenti regionali del PDL e dell’MPA, Grande sud mascherati da forconi?
Infine ci chiediamo da dove vengono i fondi per tappezzare l’intera regione con manifesti che promuovono “forza d’urto”? Questa manifestazione intercetta il disagio, soffia sul fuoco della disperazione e alimenta il malcontento popolare che cova da tempo per le vessatorie misure economico fiscali introdotte dai governi (regionali e nazionali) di centro destra ma è di stampo reazionario e propone soluzioni corporativistiche inaccettabili.
Il fatto che sia capeggiata dal centro destra è il chiaro segnale gattopardiano che punta a mantenere le garanzie dei soliti noti.