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Sul nuovo manifesto antimafia

I due articoli di Santino e di Sorrentino e Marino, che segnaliamo sotto, intervengono correttamente sulle polemiche che si sono sollevate, da alcuni mesi a questa parte, sul rapporto tra antimafia e lotta alla mafia.
Noi ne condividiamo i contenuti e il tono.
Purtroppo occorre ribadire che il rilancio della lotta alla borghesia mafiosa e la necessità della rifondazione di una sinistra credibile non passano attraverso pasticci politicisti.
Basta con gli inganni, giù le maschere.

M.C.

Il Pericolo degli “eroi di carta” di Umberto SANTINO
Quel manifesto che sa di tartufesco di Giuseppe Carlo MARINO e Armando SORRENTINO
Segnaliamo anche
Perché l’antimafia segna il passo di Francesco PALAZZO,
pur avendo alcune perplessità su alcuni passaggi dell’articolo.

Tutti gli articoli sono stati pubblicati su Repubblica ed. Palermo del 27/4/2016
leggili qui

Una assoluzione annunciata, ovvero come fare affari con la mafia e vivere felici.

Mario Ciancio Sanfilippo

Una assoluzione annunciata, ovvero come fare affari con la mafia e vivere felici.

Alcuni giorni fa, “La Sicilia” dedicava intere pagine alla grande retata dei “LAUDANI”, un centinaio di arresti, immortalati con fotografie e biografie. Poco spazio veniva riservato alla sentenza della Dott.ssa Gaetana Bernabò Distefano, GIP nel processo contro Mario Ciancio Sanfilippo, in ordine al delitto c.p.p. degli artt. 110 e 416 bis per aver concorso, pur senza esserne formalmente affiliato, nell’associazione di tipo mafioso Cosa Nostra.

Un noto editorialista del “nostro” quotidiano ha collegato, commosso, il primo avvenimento alla vittoria, trent’anni dopo il maxiprocesso, di Falcone e Borsellino, alla loro strategia investigativa. Se si fosse preoccupato di più delle sorti del suo editore, avrebbe appreso che “La intuizione di Giovanni Falcone la conseguente creazione di una fattispecie di reato che potesse coprire la zona grigia della collusione della mafia oggi non può che essere demandata al legislatore” (pag. 70 sentenza).

Comprendiamo subito che l’assoluzione non dipende dal fatto che il livello del potere economico, a differenza di quello politico (Cuffaro, Lombardo, ma il GIP sottolinea che non si tratta di sentenza definitiva), non possa essere toccato, soprattutto nel caso di chi, Ciancio, ha ricevuto l’omaggio di un editoriale, nel 50° anniversario, del Presidente della Repubblica e persino quello di una visita, nella sua redazione, del dottor Ingroia.

Le due raccomandazioni non bastano, la sentenza ha l’ambizione, assieme al salvataggio dell’editore, di rappresentare un punto fermo nella demolizione del concetto stesso di concorso esterno, e si fa forte di una micidiale citazione della giurisprudenza e della debole, a suo parere, capacità investigativa della Procura della Repubblica di Catania, del suo oscillare tra richieste di archiviazione e di imputazione, con qualche distillato di veleno tutto interno alla magistratura.

Il punto è allora questo. Passata l’emergenza occorre, come consigliava il non dimenticato Ministro Lunardi, convivere con la mafia, occorre capire che “nel 2015 ci troviamo di fronte ad una situazione diversa…

Ritornando agli ottanta e novanta del secolo passato, ben si comprende l’esigenza di giustizia sottesa alla costruzione di matrice giurisprudenziale DI UN REATO CHE, SOSTANZIALMENTE, NON ESISTE. Il momento storico era talmente critico da giustificare una scelta in tal senso….occorre una norma di legge affinchè il Giudice adotti un provvedimento giurisdizionale motivato”. (pagg. 110/111).

Il GIP si concede, giustamente, una nota ironica sul fatto che siano stati presentati in Parlamento due disegni di legge e che lì giacciono. Un fatto, quest’ultimo, che permette di fatto la più ampia discrezionalità, nei vari gradi di giudizio, sulla sua applicabilità.

Dunque secondo il GIP il REATO DI CONCORSO ESTERNO NON ESISTE. A differenza dei suoi colleghi del suo stesso ufficio, non si tratta di differenti opinioni. “Si impone una rivisitazione della materia….soprattutto per la modificazione strutturale della società per come è emerso negli ultimi decenni: DA ORGANIZZAZIONI MAFIOSE NETTAMENTE SEPARATE dalla società civile, si è progressivamente assistito ad una insinuazione dell’apparato mafioso all’interno dei gangli vitali della società medesima”. Non interessa qui polemizzare sull’internità da sempre della organizzazione mafiosa nella società civile e delle relazioni, da sempre pacifiche o conflittuali, con i poteri economici e statali. Il GIP va ancora più avanti, tutto è mafia, siamo di fronte ad una integrale sussunzione della borghesia nell’apparato mafioso. Una tesi ardita anche per chi, come noi, ha sostenuto la tesi della borghesia mafiosa, quale sezione di un blocco di potere complesso imprenditoriale – politico – mafioso, ma il GIP è ancora più avanti e con qualche ragione: anche “a voler ammettere la figura del concorso esterno, la contestazione del concorso esterno stride con la formulazione concreta effettuata nei confronti del Ciancio al quale sono state contestate condotte per un lungo periodo e con una articolazione talmente ampia da essere in netto contrasto con la figura del concorso esterno (pag. 118) esiste infatti il dubbio che “IL RUOLO DEL CIANCIO POSSA ESSERE BEN PIU’ ARTICOLATO E COMPLESSO, GIUNGENDO FINANCHE A RIVESTIRE LA QUALITA’, SE NON DI PROMOTORE, QUANTO MENO DI DIREZIONE E DI ORGANIZZAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE CRIMINALE, concetto incompatibile con quello di mero consolidato esterno” (pag. 124).

Non avremmo mai sperato che tali valutazioni, che all’ingrosso condividiamo, il ruolo de “La Sicilia” quale partito reale del blocco di potere catanese, della sua borghesia, avessero un così prestigioso avallo dalla Magistratura catanese, il guaio è che, secondo il GIP, anche in questo caso non si può più procedere. Ecco come il nostro autore, il GIP, ricostruisce la vicenda processuale in ordine alla possibilità o meno di rinviare l’odierno imputato a giudizio (pa. 125):

Dal 2007 al 2012 vengono svolte le indagini
Nel mese di aprile 2012, la Procura chiede al Gip l’archiviazione del procedimento
Nel mese di novembre 2012 il GIP rigetta la richiesta di archiviazione ed indica analiticamente le indagini da effettuarsi
Nel mese di aprile 2015, la Procura della Repubblica formula la richiesta di rinvio a giudizio.
Nel corso del testo il GIP fa maliziosamente notare che le stesse imputazioni sono servite alla Procura una volta per richiedere l’archiviazione e successivamente per richiedere di procedere. (pag. 142)

Ma l’indagine investigativa non è, secondo il GIP, adeguata: “una raccolta acritica di innumerevoli vicende che riguardano numerosi soggetti, tra cui l’odierno imputato”, da qui – “anche ai fini della contraddittorietà della imputazione contestata….. L’impostazione accusatoria non collide con una contestazione di concorso esterno.——- La ricostruzione effettuata in sede di requisitoria del PM e di arringa delle parti civili, pone il Ciancio quale figura centrale della vita della città di Catania, DOMINATORE ASSOLUTO DELLE PRINCIPALI VICENDE…… è difficile che un soggetto che si trovi in posizione apicale, possa accettare, in altro ambito, un ruolo di mero esecutore di ordini altrui. (pag. 132)”

Che non sia così, secondo il GIP, si desume da una intercettazione (Ajello2008) che parla di una lobby di imprenditori i quali si interessano della politica. nella intercettazione “LU“, cioè l’Ajello – parla di LORO – cioè della lobby – come qualcosa di estraneo alla famiglia DI COSA NOSTRA CATANESE” Nella telefonata si parla anche di Enzo Bianco, ma non si è indagato sulla telefonata del 18/04/2013 tra Ciancio ed il Bianco (sulle questioni del PUA). La telefonata è citata anche perché l’Aiello, parlando degli imprenditori catanesi, afferma che “hanno la magistratura dalla loro parte”, così, tra micidiali insinuazioni tutte interne al Palazzo di Giustizia, si arriva alla conclusione. Ciancio appartiene ad una lobby, ma non è quella di cosa nostra catanese, il circolo si è chiuso.

Non esiste il concorso esterno, la emergenza cui faceva riferimento Falcone è superata, il Parlamento infatti non ha formalizzato l’ipotesi di reato.
Anche se esistesse il reato esso non potrebbe essere attribuito a Ciancio, questi, secondo le imputazioni del PM, sarebbe addirittura il Dominus dell’apparato mafioso.
Ma le indagini non sono state fatte in modo adeguato, al contrario quei barlumi di prova (Aiello) mostrano che Ciancio fa parte, si, di una lobby, ma non è quella di Cosa nostra.
Così Ciancio e’ assieme salvato e nello stesso tempo indicato quale Dominus del potere catanese, questa la “Catania bene” di cui non ha parlato nel suo recente volume il Magistrato catanese Ardita che, ardito nell’analisi del passato e della diversa modalità mafiosa, l’insabbiamento, dei catanesi rispetto ai colleghi della Sicilia occidentale, non scorge nel blocco attuale di potere le tracce di una strutturale continuità! Forse per questo è stato premiato, nel giro di una settimana da tre articoli sul quotidiano del Ciancio. È difficilissimo trovare quel nome o quello de “La Sicilia” in un libro non soltanto attento e coraggioso, la “Catania bene” non è né buona, né bella, ma certamente non perché “continua a finanziare la mafia: con i Suv che stanno in coda in attesa di ottenere una bustina di polvere bianca….” Avrebbe dovuto rivolgere lo sguardo alla speculazione edilizia, ai centri commerciali (la più alta densità in Europa), agli imprenditori formatisi nelle Giunte Bianco (Costanzo Tecnis) e a tutto quello che a questo si lega, da questo punto di vista non si può non consigliare la lettura della sentenza, appare chiaro il reticolo degli interessi economici e politici che reggono la loro Catania.
Gabriele Centineo

PRC Catania

Catania 22/02/2016

CATANIA IN PIAZZA CONTRO IL SISTEMA DI POTERE DELLA BORGHESIA MAFIOSA

Il 30 GENNAIO CATANIA IN PIAZZA CONTRO IL SISTEMA DI POTERE DELLA BORGHESIA MAFIOSA

L’arresto dei titolari della Tecnis, le vicende giudiziarie di Ciancio, legate soprattutto alle scelte urbanistiche sui suoi terreni e agli affari che ne sono conseguiti con imprese coinvolte in inchieste per mafia, gli intrecci che legano i governi della città e della regione, come è dato vedere dalla pubblica difesa di Montante e dei vertici di Confindustria Sicilia da parte di Bianco e Crocetta, acclarano una condizione già pagata dai cittadici a caro prezzo. Ancora una volta si esplicita la piena continuità – con Cuffaro, R. Lombardo, Scapagnini, Stancanelli – dell’asservimento dell’interesse generale ai comitati d’affari, dai fasti di Drago e della realizzazione di Corso Sicilia, alle grandi opere degli anni ottanta e novanta dei cavalieri dell’Apocalisse, per arrivare allo scempio di Piazza Europa, consegnata a Virlinzi, passando dalla devastazione del Porto e dalla variante del Pua di cementificazione della Plaia.

Mentre, ancora 45 anni dopo la denuncia del Presidente del Tribunale dei minori G. Scidà, le periferie sono carenti di servizi e spazi pubblici fondamentali, il centro storico, a partire dal vecchio San Berillo di Goliarda Sapienza, è oggetto di mire speculative, non protetto da un piano qualificato di risanamento ambientale e conservativo, gli edifici scolastici sono privi di interventi di messa in sicurezza, e la cultura è ridicolizzata dagli accordi con i gestori della discoteca Empire.

In un contesto di difficoltà segnato dalle politiche liberiste del Pd e del governo Renzi, con i tagli ai trasferimenti delle risorse finanziarie agli enti locali, Bianco, oltre ad assecondare gli appetiti famelici della grande imprenditoria etnea e siciliana, più assistita che produttiva, vende fumo e ripropone un progetto privo di prospettive: da una parte fa di Catania, con Frontex, il baluardo di chiusura delle frontiere ai migranti, e con esse ad una cooperazione economica e culturale con i paesi del Mediterraneo, dall’altra parte rilancia, con il distretto del Sud Est, un modello economico disomogeneo e conflittuale con gli altri territori siciliani, sostenuto da un blocco neocorporativo, con dentro i vertici confederali, funzionale ai potentati piuttosto che alle popolazioni.

La vicinanza di alcuni consiglieri comunali alla criminalità mafiosa è il segno degenerativo di una subalternità delle istituzioni al dominio della borghesia mafiosa. La partita si gioca,senza scorciatoie propagandistiche ed elettoralistiche, sul controllo dal basso, come abbiamo fatto sulla variante Pua, sulle proposte programmatiche, sulla denuncia della illegalità, sulle pratiche di antimafia sociale, sulla capacità di costruire nel conflitto una sinistra alternativa unita e di governo, piuttosto che sull’ambiguità di un civismo trasversale e trasformista o su un generico populismo anticasta destinato ad infrangersi sugli scogli delle contraddizioni tra ambiente e lavoro come è successo a Gela con l’Eni.

Occorre sapere che, al di là dei nomi, occorre battere e combattere il Pd, alfiere delle politiche liberiste in Italia, con la sua eversione alla Costitu- zione, la sua trasformazione in partito della nazione, la sua mutazione genetica in partito di potere conquistato dalle bande democristiane, le sue appendici massoniche e mafiose. A Catania, a Palermo, a Roma, in Toscana, a Milano.

Mimmo Cosentino

Segretario Regionale PRC

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Comune di Falcone vs giornalista Mazzeo. Al via il processo

Comune di Falcone vs giornalista Mazzeo. Al via il processo

di Antonio Mazzeo

pubblicato sul blog

Giovedì 10 dicembre alle ore 9 prenderà il via davanti al Tribunale di Patti (Messina) il processo contro il giornalista Antonio Mazzeo, imputato del reato di cui agli artt. 81 e 595 comma 3 (diffamazione a mezzo stampa) a seguito di una querela presentata dal Comune di Falcone per l’inchiesta pubblicata sul periodico I Siciliani giovani (n. 7 luglio-agosto 2012), dal titolo “Falcone comune di mafia fra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto”. Nella lunga inchiesta venivano descritte alcune vicende che avevano interessato la vita politica, sociale, economica ed amministrativa della piccola cittadina della costa tirrenica del messinese (speculazioni immobiliari dalle devastanti conseguenze ambientali e paesaggistiche; lavori di somma urgenza post alluvione del 2008, ecc.) nonché le origini e le dinamiche evolutive delle organizzazioni criminali presenti nel territorio, organicamente legate alle potenti cosche mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto.

Il 24 agosto 2012, una settimana dopo la pubblicazione dell’inchiesta, la Giunta comunale di Falcone con il Sindaco avv. Santi Cirella e gli assessori Pietro Bottiglieri, Giuseppe Battaglia e Giuseppe Sofia, deliberò – onde tutelare l’immagine e la rispettabilità del paese – di conferire l’incarico all’avv. Rosa Elena Alizzi del foro di Barcellona per sporgere querela nei confronti di Antonio Mazzeo. Il 7 febbraio 2013, il Pubblico ministero Francesca Bonanzinga depositò una richiesta di archiviazione per il giornalista, contro cui fu presentata opposizione da parte della legale del Comune. L’8 luglio 2015, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Patti, dott.ssa Ines Rigoli, decideva di rigettare la richiesta di archiviazione e ordinava al Pm di formulare l’imputazione a carico del giornalista. Quattordici giorni dopo la Procura di Patti disponeva il rinvio a giudizio e fissava l’apertura del processo per il 10 dicembre.

Nella sua richiesta di archiviazione, il Pm Bonanzinga aveva riportato che Antonio Mazzeo, “seppur utilizza toni particolarmente forti ed espressioni suggestive, a parere di quest’ufficio, non travalica il limite di critica politica/storica posto che nella ricostruzione della storia del Comune di Falcone richiama fatti da sempre ricollegati al paese nonché problematiche sociali che attengono alla realtà del territorio locale”. “Nel caso di specie – proseguiva il Pm – la critica mossa dal giornalista non si risolve in un attacco sterile e offensivo nei confronti del denunciante ma in una amara riflessione sulla storia del Comune di Falcone, ove, il denunciante viene menzionato solo perché facente parte della gestione dell’Amministrazione Comunale”. Per tutto questo, concludeva la dott.ssa Bonanzinga, “non sussistono, pertanto, elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti dell’odierno indagato”.

La penetrazione criminale nel tessuto sociale di quella parte della fascia tirrenica del messinese che da Milazzo e Barcellona Pozzo di Gotto si estende sino a Furnari, Falcone e Mazzarrà Sant’Andrea è stata documentata in centinaia di atti giudiziari, ordinanze di custodia cautelare, operazioni antimafia e sentenze anche passate in giudicato (vedi ad esempio quelle scaturite dalle operazioni Mare Nostrum, Torrente, Vivaio, Gotha, ecc.). Numerose indagini hanno poi accertato come ville e villini a Falcone e nel vicinissimo villaggio turistico di Portorosa (Furnari) siano stati utilizzati nel tempo come comodi rifugi per le latitanze di boss e gregari di mafia, anche provenienti dal palermitano e dal catanese. A Falcone, in particolare, ha risieduto stabilmente il mafioso Gerlando Alberti Junior, condannato in via definitiva per aver assassinato, nel dicembre del 1985, la diciassettenne Graziella Campagna di Saponara, testimone inconsapevole degli affari di droga e armi della borghesia mafiosa peloritana. Fatti storici inconfutabili dimenticati dagli odierni amministratori di Falcone, come è stato pure ignorato che gli ultimi tre reggenti della brutale cosca operante tra Patti, Furnari, Mazzarrà e Montalbano Elicona, alleata della mafia barcellonese (in ordine, Carmelo Bisognano e Santo Gullo, odierni collaboratori di giustizia, e Salvatore Calcò Labruzzo, condannato all’ergastolo in primo grado il 19 dicembre 2014 al processo Gotha-Pozzo 2) sono nati o hanno risieduto per periodi più o meno lunghi proprio a Falcone, dove, tra l’altro, hanno pure insediato alcune delle loro attività economiche più o meno lecite.

Nel decreto di citazione a giudizio di Antonio Mazzeo, il Tribunale di Patti afferma altresì che egli avrebbe offeso “l’onore e il decoro di Cirella Santi, quale Sindaco del Comune di Falcone”, perché nell’inchiesta giornalista pubblicata nell’estate 2012 compare in particolare l’affermazione che “a Falcone si sospetta che Salvatore Calcò Labruzzo possa aver condizionato l’esito delle elezioni comunali del 29 e 30 maggio 2011, che hanno confermato Sindaco l’avvocato Santi Cirella (…) Malavitosi, per lo più sconosciuti agli ambienti falconesi, avrebbero percorso il paese, casa per casa, per fare incetta di voti…”. Ebbene, quanto allora riportato dal giornalista, era stato più volte denunciato pubblicamente dal candidato a sindaco sconfitto alle elezioni amministrative, il bancario Marco Filiti, presidente del Comitato Rinascita Falconese, sostenuto elettoralmente da Sel, Fli ed ex Pdl. In un documento inviato il 3 agosto 2011 al Ministero degli interni e al Prefetto di Messina, pure i consiglieri del gruppo d’opposizione Falcone città futura scrivevano che “da notizie di stampa maturate a seguito di indagini giudiziarie, si è avuta conferma che elementi che hanno partecipato attivamente e fattivamente alla determinazione dell’esito elettorale amministrativo, risultano coinvolti in tali fatti criminali”. Alcuni di essi sarebbero stati successivamente riconosciuti nei volti comparsi sui quotidiani del 25 giugno 2011, con gli arresti delle operazioni antimafia Gotha e Pozzo 2. “Durante i giorni della campagna elettorale – ha dichiarato Marco Filiti – ho personalmente segnalato sia alla locale Stazione dei Carabinieri di Falcone che alla Questura di Barcellona, il ripetersi di atti vandalici e intimidatori nei nostri confronti, con il danneggiamento sistematico del nostro materiale elettorale e con la comparsa di scritte ingiuriose sui nostri manifesti: il tutto è evidentemente verificabile dagli atti depositati”.

A destare una certa inquietudine fu in particolare la presenza tra i candidati alle amministrative nel gruppo pro-Cirella di Maria Calcò Labruzzo, nipote di primo grado proprio di Salvatore Calcò Labruzzo (è figlia del fratello, anch’esso allevatore), avvocata con laurea alla prestigiosa Bocconi di Milano, e risultata poi la consigliere comunale più votata di tutti i 36 candidati delle tre liste partecipanti, con ben 159 preferenze personali. Madrina al battesimo della figlioletta di uno dei figli dello zio Salvatore, Maria Calcò Labruzzo è sorella di Antonio Calcò Labruzzo, imprenditore edile con diversi lavori effettuati a favore del Comune di Falcone. In molti ricordano ancora come il giorno delle nozze, proprio Antonio fu accompagnato all’altare dalla zia Concetta Maggio, moglie di Salvatore Calcò Labruzzo.

In un verbale zeppo di omissis, in data 28 settembre 2011, il collaboratore di giustizia (ex boss), Santo Gullo, nato e residente a Falcone, ad una specifica domanda degli inquirenti rispose che “la nipote di Calcò Labruzzo Salvatore è stata eletta al Comune di Falcone anche con i voti provenienti dalla sua famiglia”. “Calcò Labruzzo Salvatore mi chiese di raccogliere voti per lei, ma in questo caso non ricorremmo all’organizzazione, né ci avvalemmo di alcun mezzo illecito”, aggiunse Gullo. “Mi risulta che il fratello, però, pretendesse di ottenere dei lavori nell’ambito di tale Comune”. Numerosi tra i falconesi i testimoni del pressing elettorale a favore della candidata Maria Calcò Labruzzo da parte del chiacchierato zio Salvatore e di altri appartenenti alla famiglia allargata dei Calcò Labruzzo. Il 24 settembre 2013, il capogruppo di minoranza al Comune di Falcone, Carmelo Paratore (componente del direttivo provinciale del Pdl), ne ha parlato all’udienza del procedimento contro cinque consiglieri comunali “rei” di aver sottoscritto un documento che rilevava sospette anomalie nella vita amministrativa locale (il processo si è concluso con una sorprendente condanna degli imputati, nonostante originariamente il Pm ne avesse chiesto il non luogo a procedere). “Il signor Calcò Labruzzo Salvatore ha partecipato attivamente alla campagna elettorale con tutta la famiglia, l’ho visto con i miei occhi e lo posso dimostrare”, ha dichiarato Carmelo Paratore. “Ho visto altri elementi implicati nel procedimento Gotha partecipare alla campagna elettorale (…) Io stesso sono stato circondato dalla famiglia Calcò nell’ufficio elettorale comunale. Quel giorno loro ci volevano buttare, insieme all’attuale vicesindaco, allora assessore Pietro Bottiglieri, fuori dall’ufficio elettorale. Di questa mia affermazione c’è traccia per la denunzia fatta alla Caserma dei Carabinieri, che sono intervenuti nell’immediatezza e può essere confermato dai dipendenti comunali che lì erano presenti. Ad assediare il Comune di Falcone non c’era solo la famiglia Calcò. Basta prendere la stampa degli ultimi due anni per capire che i personaggi sono tanti. Io sono a conoscenza che molte delle persone, di cui la stampa dice di essere mafiose e sono oggi incriminate, hanno preso parte alla campagna elettorale. Faccio riferimento anche ai Campanino, alla famiglia del collaboratore di giustizia Gullo, il cui cugino primo è consigliere comunale dell’attuale amministrazione, al Bisognano, la cui nipote era sposata con un consigliere comunale della precedente amministrazione…”.

Un’inquietante vicenda si registrò lunedì 30 maggio 2011, secondo giorno di elezioni, quando a meno di un quarto d’ora dalla chiusura dei seggi, all’ufficio elettorale erano presenti numerosi congiunti dei Calcò Labruzzo (tra gli altri, lo “zio” Salvatore con la moglie; il di loro figlio Antonino, veterinario presso l’ASP di Barcellona e titolare di un ambulatorio a Falcone; Sebastiano Calcò Labruzzo, altro fratello di Maria, immortalato qualche ora dopo dai fotoreporter mentre sosteneva sulle proprie spalle il riconfermato sindaco Santi Cirella). Essi intendevano supportare la “richiesta” dei certificati elettorali da parte di una decina di cittadini stranieri residenti nel comune. “Davanti al seggio di Falcone e in quello di contrada Belvedere stazionarono in pianta stabile per tutti i due giorni di elezioni tanti componenti della famiglia Calcò Labruzzo insieme a diversi allevatori-sostenitori nebroidei”, riferiscono alcuni testimoni. “Quando la domenica mattina mi recai in visita al seggio di Belvedere ebbi un’amara sorpresa”, ricorda Marco Filiti. “Al tavolo della presidenza c’era tranquillamente seduta Maria Calcò Labruzzo. Mi recai subito all’uscita per invocare l’intervento del carabiniere che presidiava l’ingresso del seggio. Constata la presenza al tavolo della Calcò, egli ordinò a noi tutti candidati di allontanarci immediatamente dai locali di voto”.

Relativamente alle criticità registrate alle amministrative 2011 e più in generale sul rischio d’infiltrazione criminale nella vita politica-amministrativa di Falcone, sono state presentate tre dettagliate interrogazioni parlamentari: la prima il 12 novembre 2012 da parte dell’on. Antonio Di Pietro (Idv), la seconda il 24 ottobre 2013 dal sen. Domenico Scilipoti (Forza Italia), la terza e ultima il 25 settembre 2015 dai deputati del Movimento 5 Stelle Francesco D’Uva (membro della Commissione Parlamentare Antimafia), Villarosa, Lorefice, Mannino, Dadone, Lupo, Sarti, Rizzo e Cancelleri. “È necessario rilevare come nel territorio falconese sia emerso, nel corso degli anni, un preoccupante quadro di legami tra politica e criminalità organizzata, a seguito di numerose indagini e alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia, i quali, deponendo in sede di alcuni procedimenti giudiziari denominati Gotha e riguardanti il sistema mafioso di gestione degli appalti nel territorio barcellonese, avrebbero denunciato un sistema illecito attraverso il quale garantire l’affidamento dei lavori ad aziende legate alla criminalità organizzata”, scrivono i parlamentari di M5S. “In seguito alle numerose indagini portate avanti in questi anni dalle varie procure siciliane dal 2008 a oggi, tali dichiarazioni hanno potuto trovare effettivo riscontro nei numerosi arresti per associazione mafiosa a danno di imprenditori titolari di alcune delle ditte risultate vincitrici degli appalti; tra questi avvenimenti particolare rilievo assume proprio l’affidamento di parte dei lavori per la rimozione dal territorio dei fanghi causati dall’alluvione del 2008 a un imprenditore ritenuto legato ad ambienti di tipo malavitoso…”. Guai però a riportare tali fatti in un articolo di cronaca. A Falcone la mafia non esiste e affermare il contrario è profondamente lesivo dell’immagine e dell’onorabilità della città, ritengono sindaco e amministratori. Da qui il processo contro il giornalista Antonio Mazzeo che a Patti sarà difeso dall’avvocato Carmelo Picciotto.